>Quell’abito mentale di vestirsi sempre secondo coscienza

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Riporto per intero l’articolo di Massimo Piombo dal titolo Quell’abito mentale di vestirsi sempre secondo coscienza, con cui non posso non essere d’accordo.

Esiste un’etica anche nel vestire? La questione potrebbe parere irrilevante, eppure investe il nostro modo di concepire il rapporto tra noi stessi e il mondo. C’è un’etica nel modo di concepire i nostri rapporti quotidiani con gli altri? Eccome se c’è. Per ognuno è diversa, ed è comunque adattabile alla nostra personalità: c’è chi scenderà più facilmente a compromessi, chi presto o tardi sarà portato a tradire i principi per i quali ha lottato e vissuto, chi invece vive rettamente fino alla fine dei propri giorni. In ogni caso, con l’etica non possiamo non fare i nostri conti. E profondamente sbagliato sarebbe credere che il vestirsi sia un puro elemento ornamentale. Chi trascura il proprio abito esteriore, o è un genio, un filosofo, un vero artista o un santo, oppure è in malafede. Dico questo perché in realtà nessuno, neanche quelli che fingono di non curarsi del proprio aspetto esteriore, sono realmente indifferenti al modo di vestire. Giacché l’abito esteriore è in realtà il risultato di un lungo cammino – che noi cominciamo a fare quando veniamo al mondo – di ‘aggiustamento’ della nostra personalità rispetto al mondo circostante secondo i canoni correnti del gusto. Non fosse così, d’estate andremmo tutti in giro nudi, e d’inverno abbigliati con pelli di animali, come i nostri primi antenati. Invece seguiamo, che ci piaccia o no, la moda o le correnti: tant’è vero che nessuno s veste, oggi come ci si vestiva cinquanta o cent’anni fa.

Accertato questo, torno a domandare: esiste un’etica anche nel vestire? Oggi le questioni etiche sembrano invadere ogni campo: dalla letteratura al cinema alla politica. Eppure la moda sembra non farvi caso. Ma l’etica ha a che fare anche con l’abbigliamento. Non è solo questione (di per sé tutt’altro che irrilevante) di evitare di produrre abiti in quei Paesi nei quali vige ad esempio lo sfruttamento minorile, o di difendere la creatività e la produzione italiane. Questo è importante (eticamente importante9, ma fa parte dell’etica imprenditoriale. Io parlo di un’altra cosa, ovvero di etica del vestire: che significa, in sostanza, vestirsi secondo coscienza. Cosa vuol dire? Vuole dire prima di tutto evitare la volgarità, il cattivo gusto, l’ostentazione della ricchezza, esattamente come evitare di scadere nell’esatto opposto, ovvero nella sciatteria, nella tristezza esteriore, nel conformismo.

Il conformismo è come una brutta malattia: porta a indossare gli stessi abiti che indossano gli altri, o simili agli altri, per timore di essere giudicati ‘diversi’. Da quella malattia che è il conformismo rischiamo in parte di essere contagiati tutti: guardando le pubblicità, guardando come si vestono gli amici, i compagni di scuola, i colleghi di lavoro, tutti noi siamo, senza saperlo, tentati di omologarci al gusto corrente. Ma c’è un antidoto a tutto questo.

È la forza della propria personalità. Più si sarà lavorato su se stessi, costruendo, giorno dopo giorno, il proprio gusto interiore, insomma il proprio ‘abito mentale‘ prima ancora che quello esteriore, più si saprà rifuggire dal rischio del conformismo. Anche il vestire, insomma, è prima di tutto una questione di personalità, di lavoro sulla propria interiorità e la propria coscienza.

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